Ipse Dixit
“La politica deve stare lontana dalla mafia. A Gela, esperienza di valore”
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Il prossimo 6 maggio, a Roma, assumerà il ruolo di Consigliere Ministeriale presso il Dipartimento di Pubblica Sicurezza. E’ stato nominato direttamente dal Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: gli sono state ampiamente riconosciute elevate attitudini investigative, frutto di un percorso professionale contraddistinto dalla lotta alla mafia in territori difficili del Sud Italia e per essere riuscito a gestire eventi e fenomeni assai complessi e complicati sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica. Nato a Messina, sessantadue anni appena compiuti, il dottore Salvatore La Rosa, laureato in Giurisprudenza ed abilitato alla professione di avvocato, ha conseguito i titoli dell’Alta Formazione ed il Master di II livello in “Sicurezza, Coordinamento Interforze e Cooperazione Internazionale” e quello in “Scienze Criminologico Forensi” presso l’Università di Roma “La Sapienza” e, presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania, la Laurea specialistica in “Scienze delle Pubbliche Amministrazioni”. Dal 2019 e fino ai giorni nostri, ha diretto la Questura di Trapani e prima ancora quella di Ragusa. Tra gli altri incarichi, è stato anche vicario del Questore di Messina. Dal 2005 al 2007 è stato a capo del Commissariato di Gela.
“E’ stato un biennio intenso e di grandi soddisfazioni professionali – ci tiene a precisare -. Ricordo che l’impatto fu davvero complicato: il primo giorno, subito un intervento per un omicidio a Mazzarino e, a seguire, la partecipazione al Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica in ragione della partita di calcio di Serie C Gela – Napoli, che si sarebbe tenuta la domenica seguente con la previsione dell’arrivo di 1000 tifosi partenopei. Ma ero già discretamente “strutturato”. Arrivavo a Gela dopo un triennio passato a Lamezia Terme, dove era in corso una guerra di mafia, ed in precedenza avevo lavorato in Sicilia, nel siracusano, per una dozzina d’anni tra la Squadra Mobile e i Commissariati distaccati. A Gela ho trovato un ufficio ben organizzato, composto da tante persone perbene che non si sono mai risparmiate. Il lavoro era tanto, sia nell’ambito della Polizia Giudiziaria che sotto il profilo del controllo del territorio, ma gli uomini erano disponibili e professionali. Peraltro, in quel periodo, il Commissariato di Gela era impegnato in parecchi servizi di scorta e tutela che assorbivano un gran numero di personale. Per me è stata un’esperienza molto positiva che mi ha ulteriormente rafforzato”.
In quel periodo di tempo a Gela, è stato fatto tutto oppure si poteva fare di più?
“Si può sempre fare di più e meglio ma, certamente, non possiamo rimproverarci nulla, almeno sotto il profilo dell’impegno. Grande è stata la collaborazione con la Squadra Mobile di Caltanissetta e con le Procure pur nella consapevolezza degli impegni sempre maggiori. Proprio in ragione della palpabile sofferenza dovuta al grande carico di lavoro, l’Amministrazione, nel periodo in cui io ho diretto l’Ufficio, ha spostato al Commissariato di Gela quasi 50 uomini che già prestavano servizio in quel territorio ma nell’ambito delle specialità della Polizia di Stato e che, verosimilmente, erano sottoimpiegate. La soppressione degli Uffici di Polizia di Frontiera Marittima e del Posto di Polizia Ferroviaria, con conseguente trasferimento del personale al Commissariato di Ps. fu di grande aiuto non solo sul piano pratico ma anche su quello psicologico, soprattutto per gli uomini che già prestavano il loro servizio al Commissariato di via Calogero Zucchetto”
A Gela convivono due se non tre consorterie mafiose: Cosa Nostra, Stidda e gruppo Alferi. Andando specificatamente nel dettaglio, come sono organizzate – secondo la sua esperienza sul campo – e come riescono (nonostante i numerosi arresti) ad infiltrarsi nel tessuto locale?
“La domanda dovrebbe essere rivolta a chi ha oggi il polso della situazione. Io sono andato via da Gela nel 2007 e a distanza di 17 dalla chiusura della mia esperienza nel territorio sarei, a dir poco, presuntuoso a cimentarmi in un’analisi di questo tipo. Posso solo dire che, nel periodo della mia permanenza, tra “Cosa Nostra” e “Stidda” vi era un patto di “sospettosa” non belligeranza, condito da una equa spartizione dei profitti. La situazione era, a mio modo di vedere, determinata dalla necessità delle consorterie mafiose di mantenere una posizione più defilata in ragione del gran numero di carcerazioni e condanne subite, che le avevano fortemente indebolite ed, ancora, dall’esigenza di evitare di innalzare troppo il livello dell’attenzione da parte delle Forze di Polizia in ragione della presenza nell’area di importanti latitanti. Con riferimento al cosiddetto gruppo “Alfieri” posso dire che “u Ierru”, (Giuseppe Alfieri, ndr) capo dell’organizzazione, già all’epoca era attivo e riusciva a convivere con le consorterie mafiose più strutturate sul territorio per le identiche ragioni che ho esposto e anche perché si occupava di segmenti del malaffare cui non erano direttamente interessate “Cosa Nostra” e “Stidda”.
C’è voglia di cambiamento, di ribellione all’oppressione mafiosa in Sicilia. Almeno così sembra. La gente, però, scende in piazza solo a seguito di fatti emergenziali. Come mai secondo lei?
“Si, è vero. I grandi movimenti di massa contro la mafia, in Sicilia come altrove, si percepiscono solo quando succede qualcosa di veramente eclatante e questa è la risultante di una percezione attenuata, se non addirittura assente, del fenomeno. Dalla stagione delle stragi son passati 30 anni e più e le giovani generazioni non hanno vissuto quei momenti tragici. Il ricordo è labile o del tutto mancante. La necessità di fare memoria dei fatti accaduti e dei martiri della mafia nonchè di spiegare il fenomeno ai giovani è oggi ancor più importante che in passato. Noi della Polizia di Stato siamo, purtroppo, “azionisti di maggioranza” nella triste graduatoria di operatori uccisi dalla ferocia mafiosa e ci impegniamo in ogni parte del territorio nazionale a dare il nostro contributo a quest’opera di sensibilizzazione delle coscienze nella lotta al crimine organizzato. Purtroppo non tutte le agenzie e le formazioni sociali che, a vario titolo, si occupano dell’educazione dei nostri giovani si stanno dimostrando all’altezza del compito. Molto di più si potrebbe fare sia nell’ambito scolastico, dove sarebbe opportuno dare più spazio allo studio della nostra storia recente e ai valori che ispirano la Carta Costituzionale, che in quello familiare, dove spesso si educano i figli non ai valori su cui si fonda la nostra società ma, piuttosto, all’utilizzo di espedienti e prepotenze per ottenere guadagni e successo. Per formare una “cultura antimafia” occorre intervenire sui giovani, anzi sui giovanissimi, con un’attività di formazione ed informazione che deve, affondando le radici nella storia, spesso misconosciuta, della mafia e dell’antimafia, servire ad educare ai valori della giustizia, della solidarietà, dei diritti e dei doveri che sono il distillato della nostra Costituzione. Lo dico da padre di tre figli, tutti nati dopo le stagioni delle stragi e che hanno un posto di osservazione privilegiato derivante proprio dall’essere figli di un operatore impegnato “per mestiere” nella lotta alla mafia, ma mi raccontano della assoluta assenza di conoscenza del fenomeno da parte di molti dei loro amici e compagni. In una parola: occorre una rivoluzione copernicana per fornire ai giovani gli strumenti culturali per costruire una società libera da condizionamenti”.
Le cronache raccontano di un intreccio tra mafia e politica. E’ la mafia ad avere bisogno della politica o l’esatto contrario?
“La politica vera è esclusivamente “servizio” ed ha quindi bisogno solo di valori positivi da mettere in campo nel quotidiano a favore dei cittadini. Dato ciò e considerato che la mafia è solo disvalore, sono convinto che è la politica che debba stare lontano. La criminalità, di contro, diventa mafiosa proprio perché si infiltra nel tessuto sociale contaminandone le strutture, in primis quelle politico/amministrative. La mafia non sarebbe mafia senza infiltrarsi nella politica condizionandone l’operato. Se questa contaminazione non ci fosse saremmo di fronte ad organizzazioni criminali ma non alla mafia. Fatto questo breve quadro di riferimento, non posso che affermare che la politica che ha bisogno della mafia per affermarsi non è più politica ma essa stessa è mafia. Quindi, ad esempio, pensare che di fronte a 10 o 10000 voti che puzzano di mafia non prenderli equivarrebbe a farli prendere ad altri non significa ragionare pragmaticamente ma pensare da mafioso”.
Con quali mezzi potrà essere limitato se non completamente sradicato, questo subdolo legame che persiste nel Sud Italia e soprattutto in Sicilia?
“Come ho già detto, è solo una questione culturale. Occorre informare e formare le nuove generazioni fornendo loro gli strumenti culturali. La normativa di settore credo sia più che adeguata nonchè tra le più avanzate nel mondo. L’attività della Magistratura e delle Forze di Polizia è forte e determinata ma pensare che con la sola repressione si possa debellare il fenomeno è pia illusione”.
Quando il 16 gennaio del 2023, ha saputo che il boss dei boss Matteo Messina Denaro era stato arrestato, cosa ha provato?
“E’ stato un importante momento di riscatto e di liberazione per la nostra terra di Sicilia e, credo, per tutta l’Italia. Si trattava del latitante in cima alla lista dei maggiori ricercati d’Europa e nella top five mondiale. Un successo strepitoso per lo Stato, anche se avvenuto dopo 30 anni di ricerche. Per quanto mi riguarda mi è dispiaciuto che non sia stato rintracciato dalla Polizia di Stato ma la cosa che ho subito pensato è che la sua cattura avrebbe determinato una profonda rivisitazione degli equilibri all’interno dell’organizzazione mafiosa “Cosa Nostra”, non solo trapanese ma nel suo complesso, e che occorreva tracciare, senza ritardo ed in perfetta sinergia con la Magistratura inquirente e con la altre Forze di Polizia, una nuova strategia per individuare, per tempo, i percorsi che l’organizzazione mafiosa avrebbe potuto seguire dopo l’arresto”.
Anche voi eravate sulle tracce del padrino?
“Lo sforzo della Polizia di Stato per individuare il latitante è stato grande e ininterrotto. Il risultato, purtroppo, non ci ha premiato ma non abbiamo nulla da rimproverarci. Onore al merito, oltre che alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo che ha coordinato le attività di ricerca, ai colleghi che hanno materialmente proceduto alla cattura. Mi preme sottolineare che, comunque, questa è la risultante dello sforzo, prolungato e determinato, che tutti gli Enti che si occupano di Polizia Giudiziaria sul territorio hanno prodotto. L’attività dispiegata negli anni nei confronti della famiglia del latitante e dei suoi sodali è sotto gli occhi di tutti. Una pletora di arresti e fermi, con le conseguenti condanne, nonchè di sequestri di beni di ingente valore, che sono stati sottratti alla famiglia e ai suoi fiancheggiatori, danno la dimensione dello sforzo prodotto dalla Magistratura e dalle Forze di Polizia, nessuna esclusa, e della determinazione con cui è stata indebolita la rete di protezione che era posizionata attorno al ricercato”.
Ha sperato che, dopo il suo arresto, Matteo Messina Denaro cominciasse a collaborare?
“Certamente. Tutti coloro che stanno dalla parte della verità e della giustizia lo hanno auspicato”.
Quanto sono importanti le rivelazioni dei pentiti?
“L’apporto fornito alle indagini dai collaboratori di giustizia è stato ed è determinante per penetrare fino in fondo nei gangli delle famiglie mafiose e nelle poliedriche interessenze criminali che le riguardano. Si tratta di uno strumento irrinunciabile per combattere le mafie”.
Delle tante tappe lavorative, qual è stata l’esperienza che l’ha formata e fortificata e perché?
“Non saprei dare una risposta secca. Ho affrontato l’avventura professionale con umiltà e tanta voglia di imparare, anche dagli inevitabili errori fatti. Dal punto di vista della mia formazione si è trattato di una sorta di “working in progress” e, quindi, posso affermare che tutto è stato importante. Tuttavia, il periodo che, dal punto di vista operativo, mi ha più di altri formato è stato quello trascorso, nella prima metà degli anni ’90, alla Squadra Mobile di Siracusa. Eravamo nel bel mezzo della guerra di mafia e l’attività di investigazione e di repressione era febbrile ed appassionante. I risultati investigativi furono eccellenti. Si dormiva poco o nulla ma bisognava restare lucidi e soprattutto umani. Il rischio più rilevante era, infatti, quello di perdere, di fronte ai tanti orrori che si presentavano frequentemente davanti agli occhi, la sensibilità che, invece, deve essere la caratteristica principale per un poliziotto che, per mestiere, è chiamato ad intervenire lì dove c’è il dolore. Dal punto di vista organizzativo, invece, ho ricevuto tanto dall’esperienza fatta, subito dopo il periodo trascorso a Gela, quale Capo di Gabinetto della Questura di Siracusa (dall’agosto 2007 all’ottobre 2012). Sono stati 5 anni intensi durante i quali abbiamo affrontato tante situazioni emergenziali come ad esempio, e senza la pretesa di essere esaustivi, i tanti sbarchi di immigrati, i frequenti scioperi che coinvolgevano il Polo Petrolchimico, i confronti, talvolta anche serrati ma sempre costruttivi, con le Organizzazioni Sindacali. Ma, soprattutto, nel 2009 abbiamo organizzato in modo inappuntabile, e lo dico con un pizzico di immodestia, il G8 dei Ministri dell’Ambiente. La pianificazione e la gestione dei complessi servizi di ordine e sicurezza pubblica correlati a quell’importante evento hanno segnato senz’altro il mio percorso e mi hanno completato professionalmente, atteso che sino ad allora mi ero misurato con uffici più prettamente “operativi”, segnatamente i Commissariati distaccati e la Squadra Mobile”.
Qual è il suggerimento che dà sempre ai suoi uomini?
“A chi mi collabora dico sempre che nel nostro lavoro non ci sono battitori liberi ma, al contrario, è necessario essere e sentirsi parte di una squadra. Solo lavorando in team si possono ottenere risultati all’altezza delle attese di coloro che serviamo, cioè i cittadini affidati alle nostre cure. Nessuno deve restare indietro o essere messo da parte poiché tutti, anche coloro che hanno maggiori difficoltà, possono e devono essere messi in condizione di fornire il proprio apporto. Per ottenere il risultato che vogliamo dobbiamo confidare nella forza del gruppo e nella lealtà reciproca e, soprattutto, mai dobbiamo pensare che andrà tutto bene, confidando nella buona sorte. Al contrario, dico ai miei uomini, responsabilizzandoli, che tutto andrà come noi faremo in modo che vada”.
E quello che dà ai ragazzi che vengono attratti dai soldi facili?
“Mi permetto di ricordare ai giovani che la strada pianeggiante o, addirittura, in discesa non porta da nessuna parte anzi conduce spesso a successi illusori. Il crimine con le sue chimere, le sue ricchezze, i suoi modelli è fortemente attrattivo ma di norma conduce al carcere o addirittura alla morte. Basta guardarsi attorno: i criminali si uccidono tra loro, finiscono in carcere per tanti anni o, ben che gli vada, vivono nascondendosi come topi. Per far funzionare il cosiddetto “ascensore sociale” occorre rifuggire da questi modelli effimeri e con impegno e fatica seguire la strada più irta, rimboccandosi le maniche. D’altronde più si percorre il sentiero che inerpica, più si arriva in alto ed alla fine della dura salita il panorama sarà bellissimo. Ai giovani, quindi, dico: non abbandonate mai i vostri sogni, studiate e lavorate con impegno ed onestà, battetevi per una società più giusta e non mollate mai, neanche quando tutto potrebbe apparire perduto. Ricordate che c’è sempre un’altra via, mantenete la barra dritta, acquisite con passione gli strumenti culturali che vi necessitano ed i risultati verranno. Ricordate sempre che qualunque sia la posizione da cui partite sarete sempre e soltanto voi gli artefici del vostro futuro”.
Ci leggono anche dal Commissariato di Gela. Cosa vuole dire a chi l’ha conosciuta?
“Ho un ottimo ricordo degli uomini che mi hanno collaborato a Gela. Non so, in considerazione degli anni che sono trascorsi, quanti di loro siano ancora in attività e quanti invece siano andati in pensione. Com’è normale che sia, di molti di loro ho ricordi nitidi, di altri un po’ più sfocati ma li saluto tutti affettuosamente e dico loro che sono convinto che, insieme, abbiamo fatto un buon lavoro per la città, i cittadini onesti e per la Polizia di Stato. Li ringrazio singolarmente per quello che hanno saputo dare ed auguro a tutti ogni bene per il futuro”.
Nel corso di questi anni, il dottor La Rosa ha ricevuto la nomina di cavaliere e quella di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. La sua bacheca è ricca di encomi solenni e lodi per attività di servizio conferiti dal Dipartimento della Polizia.
Perché ha scelto di fare il poliziotto?
“Le ragioni che mi hanno indotto a fare questa scelta, non solo lavorativa ma anche di vita, sono molteplici. Fin da ragazzo, ho sempre sentito forte la necessità di dare il mio contributo per costruire una società più giusta, di combattere le prevaricazioni e la disonestà. Accarezzavo, quindi, l’idea di entrare a far parte della Polizia o della Magistratura inquirente per dare il mio contributo. Gli eventi della seconda metà degli anni ’70, con riferimento al terrorismo, e degli anni ’80, con riferimento alla criminalità organizzata, hanno ulteriormente consolidato la mia determinazione. Per questo motivo scelsi di iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza per poi tentare quest’avventura. Fu poi la lettura del libro: “Mafia – l’atto di accusa dei giudici di Palermo”, a cura di Corrado Stajano, ad essere stata determinante per le mie scelte future. Si tratta, in buona sostanza, di uno stralcio della sentenza-ordinanza prodotta dall’Ufficio Istruzione di Palermo che condusse poi al maxi processo a “Cosa Nostra”. Fu una lettura appassionante e travolgente che ha definitivamente rafforzato la passione per questo mio lavoro. Da lì al concorso per Vice Commissario di Polizia il passo fu breve”.
Se non fosse riuscito nell’intento di entrare a far parte della Polizia, cosa avrebbe fatto?
“Oggi come oggi, non riesco a vedermi in un altro ruolo. Tuttavia, se il progetto non si fosse realizzato, avendone la possibilità, avrei scelto un lavoro che potesse soddisfare, almeno in parte, la mia necessità di fornire un contributo per costruire una società migliore. Forse avrei scelto di fare il docente per cercare di indirizzare i giovani su una strada positiva”.
Sicuramente contento per il Trapani che ha stravinto il campionato di serie D
“Sono arrivato a Trapani quando la squadra di calcio della città disputava la Serie B ed aveva, qualche anno prima, sfiorato la promozione nella massima serie. Purtroppo le cose non andarono bene negli anni a seguire con fallimenti e cancellazioni che avevano fatto sparire la città di Trapani dal calcio che conta. In quest’ultima stagione sportiva, con l’avvento di una nuova proprietà, la squadra e la città stanno vivendo un periodo straordinario. Lo stadio è tornato un grande luogo di ritrovo e divertimento, la squadra ha stravinto meritatamente il campionato di Serie D ed il prossimo anno si cimenterà tra i professionisti. Sotto il profilo dell’ordine pubblico è stato un impegno notevole ma, in onestà, devo dire che il tifo trapanese è sano e non può certo annoverarsi tra le piaghe che affliggono la città. Purtroppo non è mancato qualche idiota ma è stato subito isolato dalla società, che ha preso immediatamente le distanze, e dai veri tifosi, che vanno allo stadio solo per divertirsi e sostenere la propria squadra. Il resto lo hanno fatto i miei uomini che, individuando gli stupidi e i violenti, mi hanno consentito di emettere parecchi Daspo così da mettere in sicurezza lo stadio, i veri tifosi e lo spettacolo. Mi piace aggiungere che la città di Trapani sta vivendo quest’anno un’altra grande avventura sportiva nella pallacanestro. La squadra dei “Trapani Shark”, che disputa la Serie A2, è stata attrezzata per il salto nella massima serie e nelle gare casalinghe, spesso, si registra il sold-out con oltre 3500 spettatori che gremiscono il palasport. A breve inizieranno i play-off e questo sarà, senz’altro, un rinnovato impegno per la Questura di Trapani ma anche, e soprattutto, uno spettacolo sportivo di alto livello a disposizione degli appassionati di basket trapanesi. Per rispondere alla sua domanda dico, senz’altro, che sono sempre molto contento quando lo sport diventa protagonista della nostra società poiché attraverso la passione per lo sport si innesca un circolo virtuoso. Di norma, in questi casi, i giovani sono stimolati ad avvicinarsi all’ambiente sportivo che li induce ad intraprendere percorsi positivi, sani e formativi. Se riflettiamo, infatti, i ragazzi che fanno sport difficilmente li vediamo bivaccare per strade o bar. La mattina vanno a scuola, il pomeriggio lo dividono tra lo studio e l’allenamento. Lo sport aiuta a rispettare le regole, fa comprendere cosa sia la disciplina, il duro lavoro, la fatica ed il sacrificio per raggiungere un risultato agognato. Dire che “lo sport è scuola di vita” può sembrare una frase fatta ma non lo è affatto”.
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Ipse Dixit
Don Angelo Ventura: “I giovani devono essere ascoltati e non giudicati”
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4 giorni fail
1 Aprile 2025
Sorpreso dalla richiesta di intervista, ribatte istintivamente: “E’ un pesce d’Aprile?”. Assolutamente no, tutt’altro. Disquisire di vari argomenti con don Angelo Ventura, gelese e fiero di esserlo, personalmente lo ritengo un vero piacere. Non si sottrae ad alcuna domanda “perché – dice – il mestiere del giornalista è fatto di domande, anche scomode, alle quali bisogna rispondere. Con garbo. Per il rispetto di chi legge”. Nato a Gela il 18 luglio del 1980, dopo avere ottenuto il diploma all’istituto professionale, scopre e vive la propria vocazione. Con speranza e coraggio, riconoscendola come un dono d’amore e servizio, avverte la presenza di Dio e intraprende il cammino verso la felicità autentica che lo indirizza al seminario Vescovile di Piazza Armerina. E’ il settembre del 2001.Frequenta la facoltà teologica di Sicilia a Palermo e consegue il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia. Dopo l’esperienza da diacono nel 2008, un anno dopo viene ordinato sacerdote dal Vescovo della Diocesi di Piazza Armerina, Michele Pennisi. Attualmente guida la parrocchia Maria Santissima di Lourdes in Sant’Anna ad Aidone, nell’Ennese.
“Dal 2018 vivo la mia esperienza Pastorale presso questa comunità Parrocchiale, prima come Amministratore e poi come Parroco dal 2021. La Parrocchia, prima del mio ingresso, ha avuto parecchie vicissitudini con l’avvicendarsi di diversi sacerdoti in poco tempo, causando nei fedeli frammentarietà e instabilità nelle attività pastorali, una comunità ferita e delusa. In poco tempo si è creata una bella sinergia tra i parrocchiani e il suo parroco. Ho dovuto risistemare e dare nuova dignità sia all’aula liturgica sia ai locali adiacenti, adibiti a aule catechistiche. La sede è una Chiesa Francescana del 1600 che custodisce molte opere di grande prestigio, tra cui un crocifisso ligneo del 1633 di Fra Umile da Petralia e altre opere di notevole prestigio artistico. Era anche il tempio della Città di Aido, considerato che al suo interno sono presenti epitaffi del tempo, che hanno dato lustro sia alla città di Aidone che alla Chiesa, foraggiando i Frati e arricchendola di arredi e pareti che ai locali adiacenti, adibiti ad aule catechistiche. A fianco della chiesa sorgeva il convento dei Frati Riformati e ancora si può ammirare una parte dell’antico chiostro, e un grande giardino, curato dalla Confraternita del Santissimo Crocifisso, dove hanno la loro sede. Al di là delle migliorie strutturali e dell’arricchimento degli arredi liturgici, la mia più grande soddisfazione è vedere una comunità vivace e propositiva, zelante e in continua crescita. Aidone è un piccolo centro abitato, meno di 5000 abitanti, ma tra bambini del Catechismo e gli Scout del Gruppo Agesci, sono un centinaio i ragazzi che frequentano la mia Parrocchia”.
Dall’anno scorso, ricopri anche l’incarico di Vice Cancelliere del Tribunale Ecclesiastico Diocesano di Piazza Armerina e Notaio dello stesso tribunale. In cosa consiste?
“Come ci ricorda la costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’ del Vaticano II, la Chiesa ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili. La dimensione umana e visibile della Chiesa si attua in una struttura organizzativa comprendente le norme che disciplinano le relazioni dei soggetti che a essa appartengono, cioè i battezzati. La struttura organizzativa costituisce un vero e proprio ordinamento giuridico (Codice di Diritto Canonico) dotato di indipendenza e sovranità, che presenta tuttavia caratteristiche del tutto peculiari e diverse rispetto agli ordinamenti statali, in quanto si fonda su presupposti teologici e tende a una finalità spirituale e ultraterrena. Ogni vescovo diocesano è giudice di prima istanza ed è tenuto a costituire un tribunale nell’ambito della sua diocesi. In definitiva i tribunali della Chiesa sono competenti in maniera esclusiva per la conoscenza delle questioni di natura spirituale, come ad esempio stabilire la validità o meno di un sacramento. Il Tribunale Ecclesiastico della nostra diocesi di Piazza Armerina è Tribunale di prima istanza, per le cause di Nullità Matrimoniale e Tribunale di seconda istanza per la diocesi di Agrigento. Il mio ruolo consiste nel custodire l’archivio ufficiale, ho il compito di notaio durante le deposizione delle Parti e dei Testi, mi occupo della stesura dei vari decreti e degli atti che si producono durante l’istruttoria processuale e la loro pubblicazione, li certifico e controfirmo. La mia firma fa fede pubblica”.
Troppi scandali nella chiesa. Pedofilia e abusi anche da parte di sacerdoti…È una ferita aperta
“Dici bene, è una grande ferita aperta che gronda sangue di tutte quelle vittime innocenti, tradite da chi doveva curarli, sanare le ferite dei cuori spezzati e non tradire la fiducia di chi aveva messo nelle loro mani le loro vite, per incontrare Cristo datore di ogni speranza. Siamo chiamati tutti, ma soprattutto noi preti, a un rinnovato e perenne impegno alla Santità, conformandoci a Cristo Buon pastore. Mi affido al monito di Papa Francesco che avverte: «Il consacrato, scelto da Dio per guidare le anime alla salvezza, si lascia soggiogare dalla propria fragilità umana, o dalla propria malattia, diventando così uno strumento di Satana. Negli abusi noi vediamo la mano del male che non risparmia neanche l’innocenza dei bambini». Il vangelo secondo Marco riporta: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare». La Chiesa si sente chiamata a combattere questo male che tocca il centro della sua missione: annunciare il Vangelo ai piccoli e proteggerli dai lupi voraci. Gli scandali, purtroppo, ci sono sempre stati, ma la Chiesa è di Cristo e noi sappiamo che le porte degli inferi non prevarranno su di essa. Ecco perché nella Chiesa è cresciuta la consapevolezza di dovere non solo cercare di arginare gli abusi gravissimi con misure disciplinari e processi civili e canonici, ma anche affrontare con decisione il fenomeno sia all’interno sia all’esterno della Chiesa. Ci si affida al Giudizio di Dio, per prendere coscienza, affinché ci si converta e si faccia penitenza per il peccato commesso. Ci si affida anche alla giustizia terrena perché sia stabilita la giusta serenità tra le parti. Siamo consapevoli che ogni reato è peccato. Sappiamo che il Signore non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva. Questo non significa giustificare il reo né tantomeno “far finta che non sia successo nulla”, ma lavorare su due fronti: uno Spiritale, il Processo Canonico, che ha lo scopo di far riflettere sulla scelta di vita che il ministro ha fatto, la sua maturità affettiva e la sua relazione con il Signore. Dall’altro canto, il Processo Civile, quando il peccato è anche reato, ci si affida alla giustizia dello stato, perché si faccia chiarezza e si possa arrivare alla verità, in nome del popolo Italiano di cui noi facciamo parte. Una vera purificazione delle coscienze”.
Come leggi gli ultimi report in cui si evince che diversi giovani sacerdoti lasciano il Ministero? Dove cercare le cause di quanto accade?
“Essere prete è una grazia da vivere sempre con gioia e speranza, a servizio della Chiesa giorno dopo giorno. Un impegno da esercitare, appunto, con speranza, sapendo che la gioia cristiana non è frutto dei risultati sperati, che l’attività, la competenza o le coincidenze possono raccogliere meno di quanto ci si attendeva; non è frutto della popolarità di cui un prete può godere, non è frutto di condizioni di vita favorevoli o garantite che dà valore alla nostra vocazione ma è lo stare con Gesù che ci dà la forza di vivere la missione nonostante tutto. Noi non annunciamo noi stessi ma Cristo morto e risorto. Perciò la letizia nella speranza non sarà cancellata o soffocata, anche quando ci sarà dato di sperimentare risultati stentati, di attraversare l’impopolarità delle scelte e della parola anticonformista, per essere coerenti con la nostra missione. La potenza di Dio si dimostra perfetta nella debolezza umana e il Signore può servirsi di te malgrado la tua debolezza, anzi è determinato a portare a termine i suoi obiettivi attraverso uomini che hanno delle debolezze. Cioè incapaci, non abili per un servizio o uno scopo, carenti, incerti, con delle lacune, aggiungo qualche altro sinonimo: arrendevole, fragile, fiacco, incerto, malandato, precario, stanco, carente…Ebbene il Signore nella nostra debolezza ci dà la forza. La logica di Dio che stride con la logica del mondo che ci mostra tutto il contrario. San Paolo aveva compreso bene che nella debolezza dimora la virtù di Cristo, accettò di buon grado la risposta della sua preghiera. San Paolo può compiacersi; in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo. Quando si spegne l’entusiasmo, quando ci si lascia sopraffare delle difficoltà e soprattutto quando non si alimenta lo Spirito nella Preghiera, quando si smarrisce la consapevolezza che il nostro primo compito è stare con Gesù, per poi vivere la missione dell’annuncio gioioso del Vangelo, non ci si trova più nella scelta fatta e si torna indietro o peggio ancora ci si rifugia nei surrogati e si cerca il senso della vita in dei vicoli ciechi. Il sacerdozio è una scelta da vivere contro corrente, oggi più che mai è una scelta radicale di vita. Calano drasticamente le vocazioni e i seminari sono sempre più vuoti. La realtà deve interrogare tutti e non solo gli “addetti ai lavori” principalmente riflettiamo su come viviamo la testimonianza della nostra fede in un mondo che cambia”.
Quando e come hai sentito la chiamata?
“Parto da quello che ha detto un celebre Frate domenicano, padre Sertillanges: “la vocazione è quello che uno è”. Ogni storia vocazionale è una storia a sé, ci può essere un’esperienza simile ma mai uguale. Così è ogni storia vocazionale, unica e irripetibile. Mi vengono in mente le parole del Profeta Geremia parlando della Parola che Dio gli rivolge quando lo sceglie per una missione, quella di diventare portatore di una Parola non sua: “Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; e prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni”. Sono cresciuto in una famiglia molto religiosa e dai sani principi. Ho imparato a pregare dai miei genitori e dai miei nonni materni. Dalla mia famiglia sono nate molte vocazioni sia alla vita consacrata che al sacerdozio, posso dire, con una battuta che sono “figlio d’arte”. Credo che da sempre abbia avvertito la chiamata al Sacerdozio. Da piccolo facevo il ministrante in Chiesa Madre, ricordo che non volevano farmelo fare perché non avevo fatto la prima Comunione e piangevo a mio nonno che mi “raccomandasse” al parroco per poterlo fare. Finalmente mi fu accordato, forse per l’insistenza e la costanza nel chiedere. Ero felicissimo e orgoglioso di essere ministrante. Coltivavo già in me il desiderio di diventare prete, servivo la Messa e amavo indossare quella tunichetta nera con la cotta bianca, mi preparavo molto tempo prima della Messa per scendere tra i banchi della chiesa e farmi salutare dalla gente. La mia difficoltà da bambino, che ostacolava il mio cammino verso il sacerdozio, era la paura di eseguire l’omelia. Crescevo tra scuola, amici e Parrocchia. Sotto la guida sapiente del mio Parroco, il compianto monsignor Grazio Alabiso, ho imparato a vivere la fede nonostante i nostri limiti umani e la nostra incredulità”.
Poi, cosa è successo?
“Arriva il tempo dell’adolescenza e dei primi amori. Conosco una ragazza, che frequentava il mio stesso gruppo giovanile della Parrocchia, e mi innamoro di lei. Ci sono voluti ben nove mesi di corteggiamento (storie di altri tempi), e finalmente, dopo mille dichiarazioni mi dice di “si”. Ero euforico e molto innamorato. Continuavo a fare il chierichetto, ma poi decisi di smettere anche perché ormai mi sentivo grande. Credevo che il Signore mi chiamasse a servirlo non più sulla via del sacerdozio ma nella vita coniugale, anche se, a dire il vero, non ho mai avuto l’idea di sposarmi, ma da un adolescente innamorato la razionalità a volte conta poco. Il fidanzamento dura circa due anni e poi, per una serie di eventi e circostanze ci siamo lasciati. Ricordo che è stato un trauma, ma allo stesso tempo mi ha aiutato a far discernimento. Ricordo che la domanda che sovente facevo a Dio era questa: “ma se dovevi togliermela perché me l’hai fatta incontrare?”. È stato un periodo difficile per un adolescente. Cercavo me stesso, non sapevo quale fosse più la mia strada. Cominciai ad avere altre storie con altre ragazze, ma in nessuna di loro trovavo la possibilità di essere felice, sentivo che qualcosa mi mancava e non riuscivo a capire cosa cercassi realmente. Decisi di trovare un senso alla mia vita stando da solo e non più in coppia. Frequentavo sempre la Parrocchia, ero un tipo da comitiva, allegro, socievole ed estroverso e questo mio modo di essere mi portava facilmente a fare nuove amicizie. Mi diplomo come Tecnico di Laboratorio Chimico Biologico presso l’istituto professionale di Gela. Aspettavo la chiamata militare che però tardava ad arrivare avendo rinviato la partenza a causa degli studi. Trovai lavoro in una famiglia, una sorta di badante a un bimbo autistico, paralitico e cieco. Lo accompagnavo a scuola e poi a svolgere fisioterapia presso l’Aias a Manfria. Durante le sedute fisioterapiche del ragazzo, mi trovavo solo e in silenzio seduto su una panca nel giardino della struttura, a pregare Dio e a parlare con me stesso, chiedevo un segno, che mi guidasse a una scelta giusta. Mille domande ma pochissime risposte. Rimanendo con questo bambino, mi venivano in mente le parole del Vangelo secondo Matteo: “qualsiasi cosa avete fatto a uno di questi fratelli più piccoli lo avete fatto a me”, vedevo questo lavoro più come un servizio che come fonte di sostentamento. Questo è stato il mio cammino spirituale e il mio campo vocazionale. Faccio esperienza nei Frati Domenicani prima e dai Frati Cappuccini dopo, aiutato da un frate che si occupava dei giovani e del discernimento vocazionale. Ma sentivo che non era la mia strada la vita nel convento, anche se affascinato dalla vita e dall’esempio di San Francesco d’Assisi. Partecipo, come volontario, al Grande Giubileo del 2000. Le parole del Santo Padre, San Giovanni Paolo II, quel suo invito a non avere paura e ad aprire anzi a spalancare le porte a Cristo mi davano coraggio. Mi rivolgo al mio parroco e lui mi guida al discernimento. Padre sapiente e di grande saggezza vede in me un cambiamento, dato che sin da piccolo mi ha seguito in Parrocchia e mi ha visto crescere in tutti i sensi. Mi invita a partecipare a un campo vocazionale, organizzato dal nostro Seminario Vescovile di Piazza Armerina. Vado in agosto e a settembre dello stesso anno, era il 2001, entro in Seminario. Dopo poco tempo, dal mio ingresso, ricevo una lettera da parte dell’ordinariato Militare in cui mi veniva comunicato il mio congedo, per sovrannumero. In quell’occasione, ancora una volta, ho visto la mano del Signore che mi guidava, quasi a conferma della giusta scelta fatta”.

Deduco che i tuoi genitori siano stati contenti della scelta operata
“La mia famiglia è molto credente. I miei genitori frequentavano, da qualche anno, il Cammino Neocatecumenale nella Parrocchia Santa Maria di Betlemme, e quindi molto zelanti e partecipi alla vita parrocchiale. Il mio ingresso in Seminario fu improvviso, perché mai avevo esternato questa mia volontà di farmi prete, anche se, ne sono certo, che una mamma conosce il cuore dei figli e percepisce anche i sussurri più nascosti, e dunque se lo aspettava. Mio padre era un tipo molto taciturno, non disse nulla, non mi manifestò né una sua disapprovazione né un suo acconsentire, ma il suo era un tacito consenso. Vedevo nei suoi occhi la gioia di questa mia scelta, che rifletteva la felicità del cuore. Mio padre morì d’infarto il 19 marzo del 2005 (era il sabato che anticipava la Domenica delle Palme), qualche giorno prima della mia ammissione agli Ordini Sacri del Diaconato e del Presbiterato, che ho ricevuto la mattina del Giovedì Santo in Cattedrale durante la Messa Crismale. Un momento di prova forte. Decisi di andare avanti, perché proprio la certezza della Vita Eterna, che ero chiamato a testimoniare, mi ha dato la forza di dire il mio primo “eccomi” al Signore che mi aveva scelto e chiamato. Se mi fossi tirato indietro sarei venuto meno a quella promessa fattami dal Signore, che ora mi consacrava nel suo Amore”.
Com’era la tua vita prima di indossare l’abito talare?
“Sono molto soddisfatto della mia infanzia e adolescenza. Non ho nulla che mi faccia dire “ah sé potessi tornare indietro…” Ero un ragazzo semplice, mi piaceva scherzare e nessuno mai poteva immaginare del mio ingresso in seminario. Non sono mai stato bigotto né tantomeno ingabbiato o ingessato in degli schemi predefiniti”.
Sognavi di diventare prete?
“Quando ero bambino sognavo di fare il prete, ma esclusivamente in Chiesa Madre la mia parrocchia di origine, dove ho vissuto tutte le più belle esperienze, e dove è germinata la mia vita vocazionale. Su questo posso dire che il Signore ha assecondato il mio innocente desiderio di bambino, perché per cinque anni ho lavorato in Chiesa Madre, come Vicario Parrocchiale, accanto al mio parroco che mi ha visto crescere e diventare Prete”.
Hai incontrato qualche difficoltà nel tuo cammino sacerdotale?
“Spesso, guardando a noi Preti, la gente si sofferma su ciò a cui abbiamo rinunciato, senza considerare ciò che invece abbiamo abbracciato. Ogni rinuncia cristiana non è nient’altro che l’acquisizione di qualcosa di molto più bello e non esiste alcuna rinuncia che non sia in vista di qualcosa di molto più costruttivo, molto più ricco. Ogni scelta di vita ha le sue difficoltà. Il diventare Preti non significa essere arrivati a una meta ma è l’arrivo per una nuova partenza, che giorno dopo giorno ci aiuta a vedere chi siamo e cosa desideriamo, si vivono gioie nuove ma anche dolori nuovi. Di difficoltà ne ho avute tante…”
Quali?
“Appena ordinato Prete fui mandato a Niscemi, presso il Santuario della Madonna del Bosco, Patrona della città. Non è stato semplice il primo periodo, abituato in Seminario ad avere tutto pronto e a essere servito, mi sono trovato da solo in canonica a provvedere in tutto al mio sostentamento, dal cucinare a lavare. Ho fatto molte esperienze belle, una tra tutte aver incontrato il Gruppo Scout Agesci. Prima di innamorarmi del metodo Scout sono rimasto conquistato dalla dedizione dei giovani. Capii che potendo spendere il loro tempo per dedicarsi alla loro vita privata, rientravano il venerdì dall’università. Il giorno dopo ci si incontrava per la riunione organizzativa con i ragazzi delle varie “Branche” e poi la domenica sera rientravano a Catania o nelle varie sedi universitarie, per partecipare alle lezioni. Il loro esempio, più che delle parole, mi ha fatto sposare in pieno il metodo Scout. Ho imparato da loro il valore del servizio e del donarsi al prossimo. Ho ricoperto poi la carica di Assistente Ecclesiastico della zona Erea nel 2010. Ho imparato che con l’esempio puoi educare al rispetto di sé stessi, se sei sempre gentile con te e con gli altri, infatti, qualcuno ti imiterà e imparerà ad apprezzare le cose buone. Nella mia vita sacerdotale, sempre ho sperimentato la fedeltà di Dio che non mi ha fatto mancare mai nulla, soprattutto nei momenti più difficili e di solitudine. Faccio mie le parole dell’orante del salmo 33 “Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore, ascoltino gli umili e si rallegrino”.
Parlavamo di giovani. Di cosa hanno bisogno i ragazzi gelesi?
“Da quasi dieci anni non vivo più le dinamiche giovanili della mia città di origine, dato che tutto il resto della settimana vivo tra la mia parrocchia ad Aidone e la Curia Vescovile a Piazza Armerina. Vivo la città solo una volta a settimana, il lunedì, perché mi vede impegnato, con il distaccamento dell’ufficio della curia Vescovile, per la vidimazione dei documenti attinenti all’istruttoria matrimoniale. Questo non vivere pienamente le dinamiche giovanili della città, mi consente di avere un occhio più critico e distaccato sulle cose e sugli eventi, guardandole non più dall’interno, come quando ero Vicario Parrocchiale della Chiesa Madre, ma dall’esterno. Come tutti i giovani, e non solo loro, l’esigenza più grande è quella di essere ascoltati e non giudicati. Nessuno sa più ascoltare, siamo tutti presi dalla frenesia di un efficientismo e da un individualismo, un apparire che speso soffoca i bisogni degli altri, e che non lascia spazio alle relazioni interpersonali. Si hanno migliaia di “amici” virtuali, deviati da un monitor freddo che crea distanze, ci si rifugia nel virtuale e si ha difficoltà ad avere relazioni reali. Sono rimasto alquanto perplesso nel vedere un gruppo di adolescenti, seduti al tavolo di una pizzeria, ciascuno con il proprio cellulare in mano, intenti a chattare con altri e non accorgersi di chi gli stava accanto o difronte. Insieme ma soli. C’è il reale pericolo di uniformarsi alle mode del momento, appiattendo la creatività di ciascuno. Il compito di tutti noi è quello di saper decifrare queste fragilità, per orientare, per guidare e sostenere queste nuove generazioni. In un tempo non molto lontano, il pericolo dei piccoli centri abitati, soprattutto i paesi dell’entroterra come Aidone, era quello di vivere un certo isolamento e si poteva notava la differenza di mentalità e costumi tra i diversi ragazzi. Penso che oggi non sia più cosi, ma che i social abbiano accorciato le distanze, creando uniformità. Dobbiamo saperli ascoltare. I giovani non vanno più in Chiesa è questo è un dato di fatto, nonostante tutte le nostre strategie pastorali, risultiamo ai loro occhi anacronistici e stantii. Non è più sentita come necessaria la parte spirituale nel mondo globalizzato. Ma i giovani cercano ancora Dio? Questa è la domanda di fondo. Lo cercano in un modo diverso rispetto alle generazioni precedenti e con modalità diverse rispetto a quello a cui siamo abituati a pensare. Cercano Dio nella contemporaneità, attraverso il senso del loro io, anche esasperato, e con un loro approccio alla realtà che chiede a noi adulti di fare i conti con un credo che cambia”.
Troppi giovani si abbandonano all’uso di droghe. Cosa senti di dire?
“Tanti giovani non riescono più a trovare un senso alla loro vita, percepiscono un vuoto esistenziale, hanno paura ad affrontare le nuove sfide che il cammino della vita gli presenta, con tutti i suoi ostacoli e le sue incognite. Cercano sé stessi in realtà illusorie per sfuggire alla responsabilità o per mostrarsi grandi e per non sentirsi emarginati. Ragazzi fragili vittime di sé stessi e di gente senza scrupoli. La dipendenza alle varie droghe è una grande piaga che assilla il mondo giovanile e non. L’impegno contro la droga comincia nelle scuole e nelle famiglie. Ma la scuola e le famiglie non possono essere lasciate sole in questo compito tanto faticoso, cioè quello di aiutare i ragazzi a trovare un senso, uno scopo nella loro vita. Insieme a queste fondamentali agenzie educative, si affianca anche la parrocchia, che si innesta nel contesto sociale di un determinato territorio cittadino. All’interno delle varie sfide, risulta notevole la posizione di quella struttura che fin dall’inizio è sempre stata ambito di riferimento essenziale per la vita cristiana della gente, e ancora oggi ha una sua notevole validità. La parrocchia, per sua vocazione, è l’ambito di riferimento, di prima socializzazione religiosa, luogo di identificazione, di nuove proposte e di missionarietà, di profezia e dunque strumento capace di dare senso alla vita; noi annunciamo e soprattutto crediamo che il senso della vita è l’incontro con Gesù e questo il compito della Chiesa. Cosa posso dire ai ragazzi? Che Gesù vi ama e che non siete soli. Abbiate il coraggio e la forza per farvi aiutare, leggete il Vangelo, questa buona notizia, per no sentirvi soli. Noi ci siamo”.
Quale dovrebbe essere il ruolo sacerdotale sulle piattaforme digitale?
“Il sacerdote è essenzialmente un uomo al servizio alla e della Parola, e all’annuncio di Cristo, Parola di Dio fatta carne che non deve mai venire meno; tuttavia deve cercare sempre nuove forme per comunicare e testimoniare questa lieta novella. Abbiamo la possibilità di essere presenti nel mondo digitale, nella costante fedeltà al messaggio evangelico, per esercitare il proprio ruolo di animatori di comunità che si esprimono ormai, sempre più spesso, attraverso le tante “voci” scaturite dal mondo digitale, annunciare il Vangelo avvalendosi, accanto agli strumenti tradizionali, dell’apporto di quella nuova generazione social, Facebook, YouTube, Instagram e non per ultimo adesso TikTok che rappresentano inedite occasioni di dialogo e utili mezzi anche per l’evangelizzazione e la catechesi. Il pericolo potrebbe essere quello di deviare dalla propria missione primaria cioè quella di vivere e testimoniare il Vangelo di Cristo. Potrebbe innescarsi la presunzione di un eccesivo protagonismo che metta in risalto più la persona che l’annuncio del Vangelo che deve far passare attraverso questi nuovi mezzi di comunicazione di massa”.
Cosa ti piace di più della tua vita da sacerdote?
“Il mio stare insieme alla gente”.
E di meno?
“Io amo la mia vita sacerdotale. Sai che non ho mai badato a questa domanda?”
Andando indietro nel tempo, c’è qualcosa che rimpiangi di più della tua vita laica?
“Ho avuto un’adolescenza dove ho vissuto con serenità la mia vita. Non c’è nessun rimpianto che mi turba e se potessi rinascere nuovamente in questo mondo, farei tutto quello che ho fatto, compreso la scelta di farmi prete”.
Cosa significa per te essere sacerdote?
“È tutta la mia vita”.
Il tuo sogno di felicità?
“Io già sono felice. Il mio sogno, che poi è realtà, è seguire Gesù che mi ha amato per primo e in lui amare e servire i fratelli che incrocio sul mio cammino, per farmi assieme a loro compagno di viaggio”.
Un aspetto positivo del tuo carattere?
“Mi reputo un uomo altruista, gentile, generoso… Non è un osannare me stesso perché potrei apparire montato di testa. Preferisco che siano le persone che incontro a sentire in me l’accoglienza e la disponibilità. C’è tanta gente che mi stima e mi vuole bene”.
Uno negativo?
“Spesso sono molto impulsivo”.
Cosa apprezzi di più nelle persone?
“La sincerità”.
Tra poco celebreremo la Pasqua, cosa senti di dire ai nostri lettori?
“Auguri a ciascuno di noi, auguri alla nostra amata città di Gela, ai miei concittadini e in particolare ai crocifissi della nostra terra, a chi è malato, a chi non spera più, a chi vive l’angoscia del domani, alle donne violate nella loro dignità, ai bambini che non si sentono amati. Che il Signore Risorto conceda a me e a tutti voi di celebrare questa Pasqua con fede e gioia, portando nella nostra vita il segno evangelico della serenità e della pace, di cui c’è tanto bisogno”.
Ipse Dixit
“Il disagio giovanile frutto della disgregazione del sistema famiglia”
Pubblicato
1 mese fail
1 Marzo 2025
Innamorata del mare e degli sport all’aria aperta, fin da ragazzina ha praticato nuoto, equitazione, pallavolo e per arricchire il suo bagaglio anche la danza classica. Poi, quando è giunto il momento di concentrarsi esclusivamente sul lavoro, ha deciso di fare il magistrato. La dottoressa Simona Filoni, pugliese di Nardò, nel Salento, è Procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni di Lecce. Personalmente la considero una persona ricca di entusiasmo, così come lo è la sua terra d’origine, sempre in continua scoperta, tra stupore e respiro, tra mare, promontori, ulivi, trulli, masserie, chiese, castelli, vicoli, muretti a secco, terre selvagge, orizzonti illimitati e tramonti indimenticabili. Risentirci, dopo l’esperienza vissuta a Caltanissetta tanti anni addietro, è un piacere. Per entrambi.
“Il pensiero di tentare la carriera in magistratura – dice – è maturato nel corso dell’Università; quando mi sono iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza alla Sapienza di Roma, in realtà, ero orientata per il concorso di Commissario di Polizia perché volevo arruolarmi, operare tra la gente ed aiutarla. Man mano che superavo gli esami ho pensato che sarebbe stato bello tentare il concorso in magistratura, fare il pubblico ministero perché ho sempre amato l’investigazione, coordinare le Forze dell’Ordine, lavorare insieme, in gruppo (metodologia applicata in seguito in diverse indagini come modello operativo). Avevo deciso che avrei provato, comunque, il concorso in magistratura, seppur difficilissimo, e che avrei continuato fino all’esaurimento delle prove (non si possono riportare, infatti, più di tre bocciature) e, per fortuna, è andata bene. Erano gli anni in cui esplodeva “Tangentopoli” e l’indagine “Mani Pulite”, gli anni di Di Pietro, il che comportò una sorta di rivoluzione delle coscienze tra i giovani, con il risultato che ad ogni concorso, con una media di 300 posti messi a bando, vi fossero anche oltre 20000 domande di partecipazione ed oltre 10000 candidati che si presentavano agli scritti”.
Il suo primo incarico risale al 1998, quando a Mantova prese servizio presso la Prefettura in qualità di consigliere
“Ho intrapreso la carriera prefettizia il 10 ottobre del 1994. Ero giovanissima, piena di entusiasmo e di belle speranze. Di quegli anni ricordo la gestione in prima persona di due alluvioni, quella del 1994 e del 1996 causate dalle esondazioni del fiume Po, le riunioni senza sosta di coordinamento nella Sala della Protezione Civile, la cooperazione nella gestione del terremoto in Umbria del 1995, ma anche le prime manifestazioni della Lega Nord che fissò la sua sede a villa “Riva Berni” a Bagnolo San Vito (Mantova); la visita dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, in un clima di accesa contrapposizione al governo centrale; la difesa della sede del Palazzo della Prefettura di Mantova che i leghisti volevano “sfrattare” e che mi fu affidata, con esito favorevole, dall’allora Prefetto Sergio Porena. Ma, più di tutto, ricordo la gratitudine e la genuinità dei mantovani, i loro sorrisi sinceri, le loro mani piene di fiducia e di speranza nell’operato delle Istituzioni, le loro visite in Prefettura per ringraziare me, come Istituzione, rappresentante dello Stato a livello locale per essermi attivata in più ambiti, in svariate circostanze, come se quello fosse espressione di un dono ricevuto e non semplicemente frutto del mio dovere. Ricordo che rinunciai alla possibilità che mi fu offerta di essere trasferita alla Prefettura del Quirinale, una possibilità che mi riempì di una gioia immensa, che apprezzai con somma gratitudine senza però accettare perché avevo un sogno, e quel sogno era la magistratura”.
Ha conosciuto la Sicilia ed in particolare la provincia di Caltanissetta, dopo avere svolto la funzione di sostituto procuratore della repubblica presso il tribunale nisseno, entrando a far parte, successivamente, nella Direzione Distrettuale Antimafia. Qual è il caso di cronaca che più l’ha coinvolta e perché?
“Di sicuro vanno ricordate le grandi operazioni sull’accertamento dell’operatività sul territorio nisseno di associazioni per delinquere finalizzate alla tratta di esseri umani da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento lavorativo. Tra tutte le operazioni che ho coordinato come magistrato della DDA di Caltanissetta, ricordo ” Levante”, “Eldorado”, “Reberth”, “Odessa” che hanno consentito di sottrarre alle maglie delle organizzazioni criminali decine di donne di origine rumena. Ricordo anche l’Operazione “Golden Boys”, risalente al 2013, che ha permesso di sgominare un’associazione operante nel territorio gelese e nei territori limitrofi, dedita alla commissione di rapine, furti in abitazioni, danneggiamenti e numerosissimi episodi criminosi con conseguimento di ingenti profitti, oltre che allo spaccio di sostanze stupefacenti con arresti che hanno riguardato non solo soggetti maggiorenni ma anche sette minorenni, per un totale di 20 persone. Ricordo anche l’omicidio di Francesco Martines e del contestuale tentato omicidio di altri due soggetti, parenti della vittima, risalente al dicembre 2012, il cui corpo fu trovato in un terreno incolto in contrada Spinasanta e che vide in azione due complici, di cui un minorenne che all’epoca fu attinto da provvedimento di fermo assieme ad Angelo Meroni. Menziono, per efferatezza, anche il brutale pestaggio nel 2008 ordito ai danni di un giovane, Giovanni Martorana, all’interno della discoteca “Caligola” di Gela, alla presenza di alcune centinaia di persone. Quel caso costituì l’emblema della cattiveria umana, trattandosi di un delitto di tentato omicidio maturato sol perché la vittima aveva “osato” approcci ad una ex ragazza di uno dei soggetti coinvolti nell’inchiesta. La povera vittima fu aggredita selvaggiamente da più soggetti, di cui quattro maggiorenni e tre minorenni, colpita senza pietà con ferite gravissime riportate soprattutto alla testa e fu salvata solo grazie all’intervento della sorella, che trascinò il corpo del fratello letteralmente fuori dalla discoteca, nell’indifferenza e nell’inerzia generale. Non posso non citare l’omicidio della povera Carmelina Sferrazza (avvenuto a Delia nel 2003) e quello della povera Lorena Cultraro (Niscemi, maggio 2008), ad opera di tre minorenni, entrambi caratterizzati da inaudita ferocia e crudeltà e dalla totale assenza di pentimento per il gesto commesso e di pietas nei confronti delle povere vittime”.
Nel suo cammino lavorativo ha conosciuto tanti colleghi. Chi le ha dato di più e cosa ha appreso?
“Alla Sicilia devo tutto quello che sono e che sono diventata. Essere approdata alla Procura di Caltanissetta a 29 anni è stata la fortuna più grande della mia vita e allo stesso tempo la parte più bella della mia vita, densa di ricordi indelebili che custodisco gelosamente. Ho accolto la destinazione con il sorriso e con l’entusiasmo dettati dall’età e dal mio spirito avventuriero, cui si sono aggiunti il privilegio di avere grandi maestri che mi hanno accolta come una figlia e che mi hanno instradata nel faticoso percorso della mia professione; che hanno saputo cogliere tutte le sfaccettature della mia personalità, che mi hanno insegnato tutto e senza i quali non sarei mai diventata il magistrato e la donna che sono, trasmettendomi il coraggio per la verità e la forza della giustizia, facendomi comprendere l’importanza del valore di ogni persona e che dietro ogni fascicolo c’è una vita umana. Mi riferisco ai Procuratori dott. Giovanni Tinebra, Renato Di Natale, Francesco Messineo, ai miei ” maestri di vita”, cui vanno aggiunti numerosi colleghi della Procura stessa e degli Uffici Giudicanti del Distretto che costituiscono ed hanno costituito delle vere e proprie ” eccellenze” e che hanno contribuito a scrivere la storia giudiziaria italiana. Di sicuro posso affermare di essere stata una privilegiata, perché ho avuto la fortuna e l’onore di lavorare al fianco di Magistrati di altissimo profilo, il cui ricordo resterà scolpito nella mia mente finché avrò vita”.

Chi è stata per lei la dottoressa Caterina Chinnici?
“La dottoressa Caterina Chinnici è stato il Procuratore con cui ho iniziato a svolgere servizio presso la Procura per i Minorenni di Caltanissetta (nell’anno 2008 e poi dal 2010 al settembre del 2014) e che mi ha consentito di affinare le mie competenze in un settore che ho sempre trattato ma che, fino ad allora, avevo approfondito soltanto dal punto di vista delle vittime minorenni. Con il mio arrivo alla Procura per i Minorenni di Caltanissetta ho potuto occuparmi delle varie manifestazioni del disagio e della devianza minorile, ottenendo apprezzabili risultati investigativi e processuali nel Distretto. Com’è noto, infatti, il Tribunale per i Minorenni di Caltanissetta ha visto celebrare, per primo, processi in materia associativa di stampo mafioso e processi in materia di art. 74 del Decreto del Presidente della Repubblica 309/1990 ed ha gestito, da anni, numerosi collaboratori di giustizia macchiatisi di crimini gravissimi sin da minorenni. La dottoressa Chinnici ha rappresentato per me una guida sicura ed amorevole, che con la sua somma professionalità e con la sua innata dolcezza e la fiducia che ha riposto nelle mie capacità ma, soprattutto, nella mia ferrea volontà di lavorare e di farlo bene, mi ha messa nelle condizioni di raggiungere tantissimi importanti risultati investigativi e processuali, consentendo di assicurare alla giustizia soggetti minorenni autori di crimini gravissimi, soprattutto appartenenti all’area malavitosa gelese e di avviare importanti coordinamenti investigativi con le Procura del Distretto, vale a dire Caltanissetta, Enna e Gela, così da addivenire anche all’esecuzione congiunta di ordinanze in materia cautelare. Lo stesso vale per il suo impegno in ambito “civile”, tradottosi negli interventi a tutela dei nuclei disagiati e dei minori nati e cresciuti in ambienti caratterizzati da deprivazioni e arretratezza; anche in questo ambito il suo esempio mi è servito per comprendere l’importanza dell’informazione, della cooperazione tra gli enti preposti al sociale, degli interventi in prevenzione a tutela dei minori da avviare sul territorio sostenendo i nuclei familiari in maniera efficace e nell’interesse della loro sana e serena crescita. La dott.ssa Caterina Chinnici è stata e sarà sempre un punto di riferimento importante per la mia vita professionale, oltre che una grandissima donna ed un Magistrato autorevole che ho avuto l’onore ed il privilegio di affiancare e che ha reso “grande” la Procura per i Minorenni di Caltanissetta. Il mio ringraziamento va anche a tutto il personale della Procura per i Minorenni di Caltanissetta che si contraddistingue per professionalità, umanità e dedizione alla causa”.
Parlavamo della Procura dei Minori di Caltanissetta, che poi ha diretto. Prevalentemente i fari sono stati accesi su Gela e Niscemi, città nelle quali è tuttora presente una fetta consistente di ragazzini “terribili”?
“Gela ha costituito e costituisce, purtroppo, assieme a Niscemi, un bacino ad altissimo tasso delinquenziale minorile e ciò accade per appartenenza familiare e per la concomitante assenza di alternative legali per i giovani. E’ per questo che in alcune realtà hanno trovato applicazione Protocolli strutturati in modo da allontanare minori già “predestinati” dall’ambito familiare di appartenenza, proprio per offrire loro la possibilità di vivere in contesti sociali sani, lontani da modelli malavitosi e strutturati in senso deviato. Gela e Niscemi hanno costituito negli anni i maggiori centri tristemente assurti alle cronache giudiziarie per minorenni assoldati da gruppi associativi di stampo mafioso, impiegati nella commissione di efferati delitti, tanto da divenire la culla dei “baby killer” ed il luogo in cui, purtroppo, molte volte, al compimento del quattordicesimo anno di età, il minore riceve come regalo “il ferro”, vale a dire un’arma, in una sorta di battesimo del fuoco e di benvenuto nel regno degli adulti. Oggi giorno il fenomeno della criminalità minorile e, più in generale, della devianza minorile ha assunto proporzioni immani, in tutta Italia, con una escalation di delitti sempre più atroci commessi da soggetti sempre più piccoli, nel più totale disprezzo per la vita umana e nella totale assenza di regole e di rispetto delle leggi dello Stato. A ciò si aggiungono numerosissimi casi di minori che, soprattutto dopo gli anni del lockdown, hanno dato segni di disagio mentale e di notevole conflittualità familiare, non disgiunti da isolamento sociale ed assenza di scolarizzazione. Sono questi gli aspetti sui quali occorrerebbe incidere in maniera consistente, agendo non solo in prevenzione con interventi mirati a tutela delle fasce deboli e dei minori in primis, ma anche ampliando il numero di strutture ricettizie per minori con problemi di disagio psicologico o psichico o connesso all’abuso di sostanze. Costante, instancabile risulta essere l’attività delle Procura per i Minorenni del territorio che operano senza sosta, sia per frenare il dilagare della delinquenza minorile, sia per adottare misure di contenimento e di recupero dell’individuo, propedeutico al reinserimento sociale. Lo stesso per le emergenze che si registrano in ambito civile, dove sempre più numerosi sono gli interventi dell’Autorità Giudiziaria minorile finalizzati alla messa in sicurezza di tantissimi minori vittima di violenza diretta o assistita in ambito familiare o costretti a subire maltrattamenti endofamiliari: esplosiva, poi, può essere definita la situazione relativa ai tanti bambini partoriti da madri tossicodipendenti, che hanno assunto sostanze fino a poco prima del parto o da donne affette da problematiche psichiche. In questo contesto in cui alla crisi del sistema famiglia si somma la crisi che il Paese sta attraversando sotto molteplici profili, tra tutti quella economica e dei valori fondanti il nostro Stato democratico, assieme alla gravissima crisi legata alle guerre ed alle tensioni internazionali, risulta evidente che i ragazzini ” terribili” di alcune città del Distretto nisseno non avranno prospettive diverse da quelle già sperimentate o da quelle già tramandate, per generazioni, dalle famiglie di appartenenza. Ed è proprio in questo solco e per il bene dei ragazzi che le Istituzioni statali dovrebbero intervenire con la prevenzione, la formazione, l’informazione, il sostegno, proprio con un’azione corale di rottura da schemi malavitosi cristallizzati e divenire portatrici di azioni di riscatto e sviluppo, finalizzate all’abbandono di modelli disfunzionali e criminogeni ed all’avvio di processi di rieducazione e reinserimento sociale verso cui convogliare le tante energie positive dei nostri ragazzi”.
Domanda diretta: perché il ragazzino delinque?
“Perché, in assenza di una struttura personologica improntata al rispetto delle regole del vivere civile, ottiene il massimo risultato con il minimo sforzo qualora assorbito in contesti associativi. Le associazioni per delinquere, infatti, attraggono i minori con l’illusione errata che, in quanto minori, a loro non può accadere nulla e li assorbono gradualmente. I minori, si sa, sono attratti dal denaro, dalla possibilità di potere avere beni voluttuari con il minimo sforzo, dall’idea di ostentare stili di vita da vincenti, di possedere beni di lusso pur di apparire e di guadagnare un malsano senso di grandiosità e di rispetto. Invece, in contesti non associativi i minori delinquono per l’assenza di validi modelli educativi, spesso per noia, per desiderio di essere emulati ed osannati o, ancora peggio, per la voglia di postare le proprie gesta così da guadagnare popolarità e consensi; da qui la gara alla consumazione di delitti spesso compiuti con totale disprezzo della vita umana ed il più delle volte dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti. Risultano in aumento, infatti, i delitti di lesioni, le aggressioni, del tutto gratuite, commesse ai danni anche di soggetti sconosciuti; gli agiti in disprezzo di simboli dello Stato o nei confronti delle Forze dell’ordine; l’uso indiscriminato di armi bianche, i crimini sessuali perpetrati con crudeltà, nella totale indifferenza nei confronti delle malcapitate vittime, i delitti utilizzando strumenti telematici, lo spaccio di sostanze stupefacenti, le condotte di violenza e prevaricazione poste in essere all’interno degli istituti di istruzione, ogni forma di condotta in cui la fanno da padrone la violenza e la sopraffazione nei confronti del prossimo, in una sorta di sfogo delle frustrazioni ed amplificazione dei propri fallimenti. I minori delinquono per assenza di validi modelli di riferimento familiari, culturali e sociali”.
Deduciamo che troppi giovani (purtroppo) sono affascinati dal malaffare
“In un contesto di appiattimento generale, in cui non trovano collocazione l’impegno sociale, l’ambizione personale e l’amore per la cultura germogliano i semi del malaffare, che appaiono una alternativa rapida ed efficace che consente a tanti giovani di individuare nelle attività illegali le fonti per il proprio sostentamento e, dunque, di soddisfare ogni loro esigenza, con il minimo sforzo, conseguendo la disponibilità di danaro. In tal modo diventano competitivi con i loro coetanei acquisiscono consenso ed ammirazione (soprattutto nel gruppo dei pari e tra le ragazze) e vengono accettati dal sistema perché vincenti, rispecchiando dei canoni tanto standardizzati ed imposti dalla massa quanto effimeri, a differenza di quei giovani che, pur vivendo nel rispetto della legalità, non trovano una collocazione nell’ambiente che li circonda e finiscono per essere esclusi ed emarginati in quanto ritenuti perdenti”.
Quanto influisce la mancanza di socializzazione familiare nel giovane di oggi e l’inconsistenza di spazi aggregativi?
“Uno degli elementi che contribuiscono ad alimentare il disagio giovanile è costituito, senz’altro, dalla disgregazione del sistema famiglia. La famiglia, infatti, rappresenta il luogo in cui il minore nasce, cresce e viene formato e forgiato, in cui si radicano solidi rapporti affettivi e si educa all’amore ed al rispetto per il prossimo, soprattutto, per i più piccoli e per i soggetti più deboli. Il secondo, importante momento educativo per il minore è costituito dalla scuola, giacché quest’ultima è deputata a proseguire il compito educativo promosso dai genitori e trasferito sui figli. È evidente che il mancato funzionamento di queste due agenzie educative genera il corto circuito del sistema, portando all’insorgenza di condotte devianti difficili da arginare. Basti pensare che, soprattutto dopo la pandemia, sono cresciuti in maniera esponenziale i conflitti intrafamiliari tra genitori e figli, i quali appaiono sempre più isolati e lontani dal mondo reale, privi di amicizie significative ed ancorati al mondo dei social e della telefonia in genere, così da vivere in condizioni di totale, profonda solitudine. Molti ragazzi, infatti, richiedono esplicitamente di essere collocati all’interno di comunità educative per minori; molti altri dichiarano di fare uso di psicofarmaci o di avere disturbi alimentari o del sonno. Si registra una vertiginosa crescita dei collocamenti di minori in strutture a vocazione sanitaria. Appare indispensabile, perciò, coinvolgere i giovani in attività ricreative e risocializzanti, ridisegnare i loro spazi aggregativi, insegnare loro il valore del dialogo e del vivere con gli altri, riabituarli ad instaurare rapporti caratterizzati dall’umanità e dalla gentilezza, avviando un’opera profonda di ritorno alla terra ed alle origini, alle cose semplici e vere; far comprendere ai giovani che la felicità sta nelle piccole cose, perché nelle piccole cose ci stanno le grandi cose; che la gentilezza è un muscolo che nessuno vede, ma regge il cielo. Infondere loro Infondere loro quella comunione profonda e quella cospirazione tenace capaci di farci resistere alle difficoltà di questo periodo così buio, in una sorta di resilienza collettiva, che ci trovi uniti, mano nella mano”.
Ritornando alla sua esperienza nel Nisseno, qual è stato l’episodio criminoso che l’ha profondamente turbata?
“Tutti gli episodi che hanno avuto come vittime soggetti minorenni e soggetti vulnerabili mi hanno colpito profondamente; ad essi va aggiunto quello relativo al tragico decesso di una bambina a seguito di un sinistro stradale verificatosi a Caltanissetta in cui la piccola perse la vita mentre si trovava in auto con il padre ed il fratellino. Di quella indagine rammento la profonda commozione che provai nell’atto di assumere a sommarie informazioni la madre di quella povera piccola, che pianse a singhiozzo durante l’intero svolgimento dell’atto (indossando l’orologio e gli orecchini rosa della figlia) ed il senso di impotenza, e con esso l’assenza di parole, provati dinanzi al dolore di quella madre. Ricordo, inoltre, l’immane tragedia che colpì la città di Caltanissetta, nell’anno 2004, in occasione del terribile incidente avvenuto sulla Gela – Caltanissetta in cui persero la vita i poliziotti Salvatore Falzone e Michele Pilato: si trattò di una tragedia che colpì, profondamente, tutta la cittadinanza nissena, con una folla incredula ed addolorata che si riversò all’Ospedale Sant’Elia di Caltanissetta per avere notizie dei due sfortunati poliziotti, attese le tragiche modalità dell’incidente ed il grande affetto (rimasto immutato nel tempo) che i cittadini nisseni nutrivano nei loro confronti quali eccellenti servitori dello Stato, morti in servizio mentre si recavano a Gela a lavorare”.
I dati sono allarmanti: crescono a dismisura le violenze contro le donne. Cosa dice nel merito?
“Purtroppo assistiamo ad una totale perdita dei valori che regolano la società civile. Basti pensare che le stesse organizzazioni criminali hanno ampliato, oramai da decenni, i loro interessi criminali arrivando a contemplare tra i beni produttivi di reddito anche gli esseri umani, come accade nella tratta di esseri umani finalizzata allo sfruttamento della prostituzione o a quello lavorativo per esempio. Ecco che lo stesso essere umano ed, in primis, la donna, è stata equiparata ad una “res”, ad una cosa, al pari delle armi o dello stupefacente, in una erosione della sua identità e dignità di persona. Questa accezione arcaica e riprovevole dell’essere umano trova, purtroppo, una sovrapposizione anche in modelli familiari caratterizzati dal dominio della figura maschile e dall’impiego della violenza come strumento di sopraffazione sulla donna, con conseguente azzeramento delle sue capacità volitive e della sua stessa dignità. Ciò si riscontra nei nuclei più emarginati e degradati, solitamente monoreddito o del tutto privi di reddito da lavoro, caratterizzati dalla presenza di più figli e nei quali, sovente, la donna decide di subire per il bene degli stessi figli o perché ignara degli strumenti previsti dalla legge a sua tutela o perché isolata dalla famiglia di origine e, dunque, rassegnata a convivere con abusi e violenze di ogni genere, fino al totale annullamento delle sue capacità di reazione. Dall’altra parte l’ignoranza, l’abuso di alcool e di droghe, l’incapacità di affermarsi con modalità differenti e di riconoscere il proprio fallimento esistenziale, l’indole irascibile e violenta determinano i modelli disfunzionali di cui ho appena detto, in cui la violenza e la nullificazione dell’essere umano diventano, purtroppo, la normalità del ménage familiare”.
Il suo ruolo impone lucidità, attenzione, trasparenza, distacco. Dinnanzi ad efferate azioni criminose, che interessano soprattutto bimbi e donne, come riesce a non fare trasparire l’istintiva sensibilità del suo animo femminile?
“Premetto che ho sempre avuto uno spiccato interesse per quei reati che afferiscono le cosiddette ”fasce deboli” e che ho svolto corsi specifici, sin da giovane uditore (oggi chiamati Mot) in materia minorile in generale e sulle tecniche di ascolto dei minori vittime di abusi e/o maltrattamenti in particolare. L’approccio alla trattazione di casi in materia di crimini sessuali è, ovviamente, devastante ed emotivamente coinvolgente soprattutto per il magistrato della Procura che per primo procede all’ascolto della vittima nel rispetto delle regole che disciplinano l’escussione di un minore, con tutti gli accorgimenti del caso, trattandosi di minori, appunto, fortemente provati, che hanno subito agiti inenarrabili, davanti ai quali occorre apparire “normali”, sereni, capaci di ascoltare senza lasciare trasparire sdegno o tutte le sensazioni negative connesse alla narrazione. Al contrario, occorre creare un canale di comunicazione speciale, che abbia la capacità di mettere a proprio agio e di rassicurare la vittima, facendola sentire al sicuro, compresa e mai giudicata. Per riuscire in questo c’è bisogno di una particolare attitudine, oltre che di una specifica preparazione specialistica in materia, non disgiunta da capacità di interazione con i minori, con il loro linguaggio ed il loro mondo; è evidente, poi, che la maturità e l’esperienza che si accumulano negli anni contribuiscono ad ottimizzare gli ascolti nell’ottica della cristallizzazione del materiale probatorio raccolto; il che non significa non provare emozioni, non essere sensibili o empatici, ma restare lucidi e concentrati nonostante il dolore e lo strazio di cui si diventa partecipi; significa rimandare a quando si è a casa la sequenza di narrazioni spesso sconvolgenti pur di non compromettere il risultato investigativo; significa soffrire con e per la vittima senza darlo a vedere. Lo stesso vale in occasione degli ascolti di donne vittime di maltrattamenti o abusi, con la differenza che la maggiore età della vittima e la maggiore maturità consentono anche quegli scambi di parole rassicuranti ed una compartecipazione al suo dolore, ferma restando l’intangibilità dei fatti narrati, che hanno l’effetto benefico di porre a proprio agio la vittima e di alleggerire il carico emotivo del racconto anche per il pubblico ministero intervistatore. La sensibilità è necessaria per il giusto approccio a siffatta tipologia di reati, che altrimenti non potrebbero essere trattati e compresi nelle loro variegate sfaccettature; la sensibilità consente ad un bravo pm di leggere nelle pieghe del “non detto”, nei silenzi, nei singhiozzi; l’importante è, appunto, mantenere un equilibrio ed instaurare un rapporto di fiducia ed affidamento tra la vittima e l’intervistatore. Non si può fare il pm senza sofferenza, senza immedesimarsi nel dolore delle vittime; ed è da quel dolore che bisogna partire per accertare la verità, prima procedimentale e poi processuale; è quel dolore che ha sempre mosso il mio senso di giustizia”.
Qual è il suo pensiero sulla separazione delle carriere?“
“Di fatto le carriere sono già separate, non potendo un Pubblico Ministero esercitare la funzione di Giudice nel medesimo Distretto; aggiungo che soltanto una piccola percentuale, pari a poco più dell’1% dei magistrati attualmente in servizio, decide di mutare funzione transitando da quella requirente a quella giudicante o viceversa. E’ fondamentale preservare l’indipendenza della magistratura, ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere”.

D’accordo con chi si tuffa in politica, dopo avere svolto l’attività in magistratura?
“Tutte le professioni meritano rispetto purché svolte con coscienza, onestà, passione e dedizione verso il prossimo, avendo come obiettivo il perseguimento del bene comune. Personalmente ritengo che i presupposti ed i principi che muovono la scelta di entrare in Magistratura difficilmente possano trovare analoga esplicazione nella carriera politica”.
Le rimando due osservazioni che ultimamente ho letto su un libro: “L’intelletto di ogni giudice funziona solo per mera e pratica guida giuridica; le interpretazioni dei giudici seguono logiche e dinamiche che vanno contro ogni ragionevole razionalità”. Qual è il suo punto di osservazione?
“Il Magistrato, sia requirente che giudicante opera con l’unico obiettivo di ricercare la verità dei fatti in tale ricerca il Pm ha l’obbligo di legge di svolgere accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta ad indagini anche in considerazione del fatto che la prova si forma in dibattimento, unico luogo deputato alla formazione del convincimento del giudice. Non ritengo, pertanto, che le interpretazioni dei giudici seguano logiche e dinamiche che vanno contro ogni ragionevole razionalità, avendo personalmente operato sempre con razionalità e coscienza, in una lucida visione dei fatti e valorizzazione degli elementi di prova necessari per l’accertamento della verità, senza mai farsi trasportare dalle emozioni generate da un caso o dai condizionamenti emotivi connessi al clamore mediatico di una vicenda giudiziaria o dalla tipologia della vittima. Compito del giudice è quello di accertare la verità processuale, seguendo le regole del diritto processuale, resa pubblica attraverso la sentenza”.
Svolgendo il suo lavoro, in cosa ha rinunciato?
“A tantissime cose, la maggior parte delle quali irrecuperabili perché mentre lottavo, ogni giorno, nel tentativo di dare voce alle vittime delle ingiustizie più disparate, non mi accorgevo che il tempo scorreva inesorabile; ho sempre messo da parte me stessa perché sentivo forte il bisogno di non arretrare davanti alle istanze di giustizia, perché ho sempre anteposto il mio essere servitore dello Stato alla “me” intesa come individuo; ho sempre onorato la toga, che poi è la mia seconda pelle, sacrificando tanto della mia vita privata e delle mie passioni. Servirebbe un’altra intervista per fare un elenco delle rinunce e dei sacrifici immani che hanno caratterizzato e caratterizzano la mia vita, ma è andata così, perché io sono cosi ed alla fine, quello che conta, è potere andare a dormire, ogni sera, con la coscienza pulita, con la convinzione di avere compiuto il proprio dovere fino in fondo e, nel mio caso, con la certezza che a nessun minore sia accaduto qualcosa di irreparabile per colpa mia, di un mio ritardo o, peggio ancora, di una mia omissione legata al ruolo che ricopro. Ed alla fine questa consapevolezza è in grado di darmi molto di più di quel tanto che la vita mi ha tolto”.
Se non avesse fatto il magistrato, cosa avrebbe voluto fare?
“Se non fossi riuscita ad intraprendere la carriera in Magistratura avrei proseguito la carriera Prefettizia; di sicuro avrei voluto svolgere il lavoro che faccio, che poi è una missione di vita, vale a dire il Magistrato della Repubblica Italiana con le mansioni di Pubblico Ministero. Nel mio caso, infatti, avevo il sogno non solo di diventare Magistrato ma anche di svolgere le funzioni requirenti, che poi sono le uniche che ho svolto durante tutta la mia carriera e per le quali mi sento profondamente portata. Diversamente, potrei immaginarmi intenta a svolgere professioni completamente diverse, magari in paesi lontani, ma sempre con quello spirito guerriero e combattivo e quella passione per le investigazioni che non mi hanno abbandonato”.
C’è una persona a cui vuole dire grazie?
“Senz’altro se sono arrivata fin qui lo devo alla mia famiglia ed ai miei genitori, i quali mi hanno consentito senza non pochi sacrifici di studiare e di realizzare il sogno della Magistratura infondendomi coraggio, fiducia e la determinazione necessari ad affrontare un concorso così complesso e che mi hanno trasmesso i valori della giustizia, dell’onestà, dell’umiltà, della ricerca della verità e della tutela degli ultimi che caratterizzano la mia persona. Quindi non posso non rivolgere il mio grazie ai Capi Ufficio della Procura di Caltanissetta, della Procura per i Minorenni di Caltanissetta e della Procura di Bari, che nei vari anni della mia crescita umana e professionale mi hanno accolta, formata, guidata e che si sono affidati alla mia persona ed alle mie capacità di amministrare nel miglior modo per me possibile la Giustizia, con la speranza di avere meritato la loro fiducia e di non aver deluso le loro aspettative. A loro sarò per sempre grata; a loro va il mio bene immenso e tutta la stima possibile”.
Tra pochi giorni sarà la festa delle donne. Quale messaggio vuole rivolgere?
“Alle donne sento di dire di scappare alla prima azione violenta; al primo schiaffo, perché la violenza non può mai trovare giustificazione. In qualunque forma essa si manifesti: psicologica, fisica, sessuale, economica. Che non si può combattere contro le patologie mentali, di qualunque natura; che non ci si può improvvisare crocerossine ed avere la convinzione di riuscire a salvare un uomo violento. Vorrei dire loro di amare se stesse, di trasmettere tutta la bellezza che hanno e tutto l’amore di cui sono portatrici ai loro figli; di sorridere, alla vita, al loro essere donna, alla loro forza, al loro coraggio. Vorrei dire di non avere paura di denunciare, di andare avanti senza voltarsi indietro, perché la loro vita è più importante e che ce la faranno. Vorrei dire che non sono sole perché esiste una normativa in grado di tutelarle efficacemente e tutti gli strumenti necessari ad accompagnarle nel percorso doloroso delle vittime, dalla denuncia in poi”.
L’ultimo libro che ha letto?
“Premetto che amo moltissimo leggere ma, purtroppo, non ho mai il tempo, con conseguente creazioni di “colonne” di libri da leggere abilmente sistemate in modo da non farle crollare. L’ultimo libro che ho letto è “La giusta direzione” del collega Antonio De Donno, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Brindisi, in pensione da poco, che ha ripercorso la sua vita professionale da giovane uditore fino all’incarico di Procuratore a Brindisi, Un libro in cui ho rivisto molte delle mie paure e delle mie emozioni, sebbene abbiamo lavorato in città differenti, in cui ho ritrovato la stessa passione e lo stesso forte battito che mi porto dentro sin dal primo giorno di servizio a Caltanissetta (era il 30 settembre 1999) e che ha mosso la penna in quei giorni afosi di luglio 1995 in cui, al termine della terza giornata, consegnai anche il terzo elaborato delle prove scritte che mi hanno portata fin qui”.
Con merito e con grande tenacia, ci permettiamo di aggiungere.
Ipse Dixit
Contro ogni barriera e pregiudizio, la mission di Sophia Giacchi per cambiare il futuro
Pubblicato
2 mesi fail
1 Febbraio 2025
Aperta ed emotiva, esprime i suoi sentimenti sinceri ed autentici catturando l’attenzione di chi le sta accanto, mostrando il vero significato dell’amore e dell’amicizia. Il suo sorriso è contagioso; l’intelligenza, la saggezza e la generosità, sono ammirevoli. La gelese Sophia Giacchi ha un cuore d’oro e si preoccupa, sinceramente, per il benessere degli altri. Tra le 99 donne che stanno cambiando il futuro nel progetto “Changed by Women” dell’Università Bocconi di Milano, c’è anche il suo nome.
“Sapere di aver generato valore positivo che non si rifletta solo su di me ma anche su terze persone, è sicuramente fonte di orgoglio. Il mondo lo creiamo e lo cambiamo ogni giorno con le nostre azioni e le nostre parole, che le mie siano riconosciute essere fonte di cambiamento positivo é stato un bel momento…”
Sophia, parlavamo di 99 donne. Credi che il numero sia in crescita o dobbiamo affidarci soltanto alle statistiche?
“Credo e spero che di donne ce ne siano già molte più di 99. Ma anche di uomini. Ognuno di noi è agente del cambiamento anche nella più banale delle situazioni, la responsabilità di far sempre la propria parte é di tutti”.
Nello specifico, il progetto che ti ha visto selezionata assieme, tra le altre, a Emma Bonino, a Sabina Nuti (rettrice della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa) e a Monica Possa (group Chief Hr e Organization di Generali), cosa si prefigge di realizzare nell’immediato?
“Di supportare economicamente delle ragazze affinché abbiano pari opportunità di studio”.
Per tanti sei un esempio da seguire per i tuoi brillanti studi, condotti tra Italia e Spagna, la tua determinazione e il tuo carisma. Si tratta di una grossa responsabilità, non credi?
“Essere d’esempio è sempre stato per me fonte di tanto orgoglio ma anche un peso importante: ho sempre sognato in grande per me e se questo è fonte di ispirazione, sono molto contenta che gli altri seguano la propria stella con lo stesso ardore con cui io seguo la mia. Spesso mi viene riconosciuta tanta determinazione nel farlo: é vero, soprattutto perché per realizzare sogni assolutamente comuni, ho spesso dovuto combattere battaglie non comuni. Quando l’ammirazione e l’essere di esempio toccano questo tema ecco che per me ha una ambivalenza importante: se da un lato sono contenta che i miei sforzi siano riconosciuti e apprezzati, dall’altro mi arrabbio con un sistema di normalizzazione di un mondo inaccessibile come quello in cui viviamo. Infatti dare la connotazione di straordinario a qualcosa di ordinario, reso spesso impossibile da politiche sistemiche che non pensano alle minoranze, non è altro che confermare la normalità di questo sistema escludente”.
In più di un’occasione, hai detto che dentro di te porti il fuoco della nostra terra.
“Sento che il pathos della nostra terra, il sole e il mare, la tradizione e la poesia, le nostre origini fondamentalmente greche hanno forgiato la mia forma mentis e il mio approccio al percepire il mondo attorno a me. L’ostinazione alla ricerca del senso, la felicità di non trovarlo. Questo mi ha insegnato la mia Sicilia”.
Riporto una tua citazione: “Non voglio passare per la ragazza in sedia a rotelle. Piuttosto raccontiamo tutto quello che ho fatto per cambiare un sistema che spesso rende impossibili anche cose semplici a chi vive una disabilità”. Raccontiamo…
“Immagino che sia ben chiaro a tutti in quale sistema viviamo: barriere architettoniche, barriere economiche, barriere sociali che comportano esclusione e preclusione da molteplici contesti che toccano tutte le sfere dell’identità: diritto allo studio, sviluppo relazionale con amici e/o partners, affermazione lavorativa, esplorazione delle proprie passioni ed altro ancora…”
Oltre alle barriere architettoniche insistono, purtroppo, anche delle vere e proprie discriminazioni. Tutto ciò non è più tollerabile. Quali sono gli strumenti adeguati per estirpare definitivamente queste “gabbie mentali”?
“Un cambio radicale di come viene percepita la disabilità nella società é sicuramente il primo passo per la costruzione di politiche inclusive. Non ci sono persone disabili ma contesti disabilitanti. La disabilità non è un problema, un mondo costruito sulla “norma” é un problema”.

Qual è stata la reazione dei tuoi genitori, quando hai detto di volere andare via da Gela, dopo avere conseguito il diploma al Liceo Classico?
“All’inizio erano molto scettici e preoccupati perché le alternative erano che io fossi andata da sola con delle assistenti personali o che tutta la famiglia si spostasse. Entrambe le alternative, al tempo, erano una novità e quindi destavano preoccupazione. Da subito, quando ci siamo spostati tutti insieme, però hanno capito fosse la scelta giusta, non solo per me ma per tutta la famiglia!”
Andare via da Gela per approdare a Milano, possiamo definirlo “coraggio incosciente”?
“Per certi versi si, per i miei genitori ha significato lasciare i propri impieghi per reinventarsi una vita, avendo la responsabilità di una famiglia intera. In questo senso si”.
Cosa ricordi delle numerose lotte burocratiche e delle regole da riscrivere all’Università Bocconi, per consentirti di ricevere assistenza al fine di seguire le lezioni?
“Scrivere qualcosa che non è stato ancora scritto è sempre un’impresa difficile: non sai con chi confrontarti, non sai a chi rivolgerti, non sai come farti ascoltare. All’inizio mi dava molta frustrazione dover essere io a pensare alla soluzione per ottenere dei diritti che la maggior parte delle persone hanno già garantiti. Pian piano ho trovato le persone giuste che facessero da cassa di risonanza dei miei bisogni e quando a combattere si è insieme, allora diventa più facile”.
Nessun limite ti ha mai fermato, anzi ti ha reso più consapevole. Altri ed altre, invece, si arrendono. Qual è il suggerimento che vuoi dare?
“Il suggerimento è di non accontentarsi mai delle briciole, di pretendere l’attenzione, la rilevanza, l’importanza ed il diritto che abbiamo ad essere noi stessi”.
Come mai hai deciso di volare prima a Barcellona e poi a Singapore?
“Mi è sempre piaciuto conoscere nuovi paesi, nuove culture, nuovi orizzonti. Andare a Barcellona però non ha significato solo nuova scoperta in questo senso, ma anche scoperta di una nuova dimensione di libertà ed autonomia. Se infatti a Milano mi sono spostata con tutta la famiglia, a Barcellona prima e a Singapore poi sono andata da sola. Questo ha significato fare i conti con nuovi limiti e nuove possibilità che mi hanno permesso di conoscere meglio me stessa”.
Dopo aver conseguito la laurea magistrale in economia e gestione per le arti, la cultura e la comunicazione hai iniziato ad esplorare il mondo del lavoro. E’ stato facile o hai riscontrato difficoltà?
“Grazie ad uno stage svolto durante gli anni accademici e al network costruito in quell’occasione, il mondo del lavoro è stata un’evoluzione naturale del mio percorso di studi”.
Attualmente stai lavorando come Talent Acquisition Partner di uno dei più importanti gruppi della cosmetica: L’Oréal. In cosa consiste?
“Mi occupo di reclutamento di profili dai tre anni di esperienza in su e gestisco un progetto chiamato L’Oréal for youth che ha l’obiettivo di aiutare giovani under 30 nello sviluppo delle competenze per essere più preparati al mercato del lavoro. Due delle iniziative di cui vado più fiera sono il supporto concreto che diamo al target dei migranti e il progetto “Così come sei” che vuole normalizzare la disabilità all’interno dell’azienda e si propone di stilare una policy di supporto a dipendenti con disabilità e caregivers”.
Quando ritorni a Gela, qual è la prima cosa che fai appena arrivata?
“Abbracciare mia nonna”.
Cosa ti manca della tua terra?
“Sicuramente la prossimità con i miei affetti, ma anche il mare”.
Per rendere la nostra Gela accogliente, ben servita, una città modello, dove e come bisogna intervenire?
“Una buona rete di servizi pubblici potrebbe essere una buona base di partenza: un sistema di trasporto pubblico che funzioni bene, assieme a spiagge e servizi commerciali accessibili tramite strumenti di abbattimento delle barriere architettoniche”.
Credi in Dio?
“Si!”.
Qual è il tuo sogno?
“Di sogni ne ho tanti e ne sopraggiungono sempre di nuovi, quello che posso generalizzare è che sogno di essere sempre circondata da tutto l’amore che ho e di rendere felici le persone che amo”.
Cosa ti auguri per quest’anno?
“Di riposare, di prendermi del tempo per me stessa e di dedicarmi di più alle mie passioni come il teatro ed il cinema”.
Cosa ti senti di dire ai tuoi genitori?
“Che senza tutto l’amore e la fiducia che mi danno, non riuscirei a fare neanche il 10% di tutto quello che faccio. Il loro amore mi rassicura e la loro fiducia in me mi dà coraggio. È la combinazione perfetta che mi ha sempre permesso di tentare, dandomi la forza di volare in alto anche con il rischio di cadere, forte della consapevolezza che ci sono sempre le loro braccia ad aspettarmi”.
Sophia ogni giorno prova ad abbattere tutti gli ostacoli che impediscono di muoversi liberamente e autonomamente e di eliminare quelle stupide barriere culturali che discriminano e impediscono alle persone con disabilità la partecipazione alla vita sociale. Continua cosi, non arrenderti mai!
E’ proprio vero quello che scriveva Cesare Pavese…”Le belle persone si distinguono, non si mettono in mostra. Semplicemente, si vestono ed escono. Chi può, le riconosce”.

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